Dal manicomio alla cura: un viaggio tra memoria e consapevolezza al Museo della Psichiatria di Reggio Emilia
Recentemente le classi 3ASU, 3BSU, 4ASU e 4BSU si sono recate presso il Museo della Psichiatria di Reggio Emilia, accompagnate dai professori Chiara Albertin, Chiara Patarini, Alberto Ambrosi, Andrea Ferrero e Paolo Tassin.

Per visitare il museo, le classi sono state divise in due gruppi che si sono alternati nelle diverse attività. La giornata è iniziata con un momento particolarmente significativo: le testimonianze di Giorgio e Chaima, due giovani che in passato hanno sofferto di disturbi mentali, tra cui depressione e bipolarismo, intraprendendo un percorso psicologico. Oggi entrambi lavorano come operatori socio-sanitari, aiutando persone che affrontano difficoltà simili alle loro. In modo ancora più significativo, si sono trovati a collaborare con gli stessi professionisti che li avevano accompagnati nel loro percorso di cura. Le loro storie ci hanno profondamente colpiti ed emozionati: abbiamo ammirato la loro forza nel raccontare esperienze così intime a degli sconosciuti e il coraggio dimostrato nel riconoscere il proprio dolore e scegliere di affrontarlo attraverso la terapia. È stato un momento intenso di riflessione e condivisione, che ha permesso a tutti noi di comprendere quanto sia importante prendersi cura della propria salute mentale.

Dopo una breve pausa, siamo passati alla visita vera e propria al piano inferiore del museo, dove abbiamo potuto osservare da vicino le celle del manicomio, luoghi in cui venivano rinchiusi i pazienti ritenuti più pericolosi. In questo spazio sono conservati anche strumenti utilizzati in passato per contenere e “tranquillizzare” i pazienti. Tra questi, abbiamo visto la camicia di forza, utilizzata per immobilizzare i pazienti in stato di agitazione, impedendo loro di ferire se stessi o gli altri. Abbiamo poi osservato il letto psichiatrico, impiegato per legare caviglie, polsi e tronco del paziente agitato e aggressivo: uno degli strumenti più crudi della storia del manicomio. Un altro elemento particolarmente impressionante è stata la forca, un metodo di contenzione fisica e punizione con cui i pazienti venivano immobilizzati al muro, senza possibilità di movimento o via d’uscita. Infine, abbiamo potuto conoscere anche gli strumenti utilizzati per l’idroterapia, una pratica molto diffusa all’epoca, considerata un metodo di contenimento e sedazione. Essa consisteva in bagni prolungati, docce fredde e impacchi, utilizzati per calmare i pazienti agitati.
Questa esperienza si è rivelata estremamente formativa e toccante. Nella prima parte siamo stati coinvolti emotivamente dalle storie di Giorgio e Chaima, comprendendo quanto sia fondamentale salvaguardare la salute mentale: quando questa viene meno, ogni aspetto della vita può risultare compromesso. Nella seconda parte, invece, siamo rimasti profondamente colpiti dagli strumenti osservati, arrivando a chiederci come la mente umana abbia potuto concepire pratiche così dure. Ci ha fatto riflettere il fatto che, in passato, ciò che veniva considerato “cura” fosse in realtà fonte di sofferenza, senza che venisse messo in discussione. Visitare questo museo è stata per noi un’opportunità preziosa per entrare in contatto con una realtà complessa e spesso dimenticata, ma fondamentale per comprendere l’evoluzione della salute mentale e della medicina.
Rebecca Masotti, 3B SU
Ultima revisione il 25-03-2026
